Il Partito che vorrei

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Fonte: Rosso di Sera – Blog    Autore: Sandro Vanni


Negli anni ‘70, quando mi sono iscritto alla FGCI, mi sentivo protagonista del cambiamento. In quegli anni la cultura della sinistra era egemone perché un grande partito popolare era alla testa dei grandi mutamenti culturali e sociali del Paese.

Fu quella una grande stagione di entusiasmi, di sogni, di lotta e di conquiste; mi ritengo fortunato per averla vissuta pienamente insieme a tanti compagni e compagne, all’interno di un grande partito che per noi era una seconda famiglia. E’ impossibile spiegare, a chi non l’ha vissuta, cosa abbia significato per noi quell’esperienza umana e politica, e tutto sommato non è utile farlo. E’ la nostra storia, punto.

Da allora è passata tanta acqua sotto i ponti e il mondo è cambiato profondamente.

La globalizzazione e il progresso tecnologico, in pochi anni, hanno prodotto mutamenti nel sistema produttivo, ridisegnato le classi sociali, stravolto persino il modo di stare insieme delle persone, con una accelerazione mai conosciuta prima nella storia dell’uomo.

Probabilmente la crisi attuale della sinistra sta tutta nella sua incapacità, e se vogliamo umana impossibilità, di intuire, analizzare e capire in tempo reale, trasformazioni epocali così vorticose e complesse.

L’iconografia impietosa di questa realtà siamo noi (mi riferisco alla mia generazione): da mezzo secolo siamo sempre gli stessi militanti di base, con la stessa dirigenza politica di allora e le nostre logore parole d’ordine, intenti a proporre ricette per una società che non c’è più e che non tornerà.

I mutamenti sociali, climatici, economici e culturali del secolo scorso hanno sconvolto e trasformato i vecchi equilibri, generando nuove povertà, nuove diseguaglianze, nuove ingiustizie sociali che necessitano di nuovi occhiali di lettura perchè le nostre lenti sono ormai sfuocate.

E’ per questo che viviamo con frustrazione e spirito di inadeguatezza la lotta di classe in atto, violenta e feroce come non l’abbiamo mai conosciuta.

Eppure la sinistra è viva. C’è nel cuore di Ramy che a soli tredici anni, con poche semplici parole dopo l’atto eroico che ha compiuto, ha riaperto il dibattito sullo Jus Soli mandando in stato confusionale il grande comunicatore Salvini, costretto per giorni a balbettare frasi sconnesse sull’argomento.

C’è nella testa di Simone, che a 15 anni ha ridicolizzato un branco di fascisti, smontando pezzo su pezzo, in soli tre minuti, tutta la retorica razzista che da anni avvelena il Paese.

C’è nelle facce pulite di decine di migliaia di adolescenti che a Marzo hanno riempito tutte le piazze d’Italia per difendere il pianeta e il loro futuro. Rispondendo all’appello di una loro coetanea svedese hanno organizzato, senza simboli nè bandiere, il più grande sciopero del pianeta mai fatto nella storia dell’uomo.

C’è nei ragazzi e nelle ragazze che servono pasti caldi alle mense dei poveri, che portano coperte ai senzatetto, che alternano lo studio al volontariato sociale aiutando chi è meno fortunato di loro,…

Sono ragazzi e ragazze che hanno gli stessi sogni nel cassetto che avevamo noi, che hanno valori profondi e radicati, che sono di sinistra anche se non lo sanno. Probabilmente non hanno mai letto Gramsci e neppure sanno chi fosse Marx, ma non sopportano le ingiustizie che vedono e cercano di combatterle. Quello che non hanno sono gli strumenti per poterlo fare sul piano politico, diventando così veri protagonisti del loro futuro.

Da troppo tempo la sinistra è senza un vero strumento di partecipazione. L’arcipelago di sigle che si uniscono, si dividono, chiudono, riaprono, cambiano nome e si rigenerano all’infinito, sono tutti strumenti di autoconservazione di ceti politici sempre più autoreferenziali, sempre più inutili. Quello di cui la sinistra ha urgente e disperato bisogno è un luogo di confronto e di partecipazione in cui uomini e donne animati dagli stessi valori possono decidere la linea politica, eleggere i dirigenti che ritengono più idonei a portarla avanti, selezionare i propri candidati alle cariche istituzionali, esercitare su di loro il potere di indirizzo e di controllo. Serve un Partito, per i molti e non per i pochi, come recita un nostro azzeccato slogan.

Questo è il partito che vorrei. E’ un dovere nostro costruirlo, è un diritto delle nuove generazioni averlo a disposizione.

Per la prima volta, a Firenze, nascerà un soggetto politico per volontà dei militanti e non del ceto politico; non sprechiamo questa occasione.


 


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