Per fermare la barbarie è l’ora della disobbedienza civile

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Fonte: Strisciarossa – 01 Luglio 2018   articolo di Pier Virgilio Dastoli


Poche ore dopo le conclusioni del Consiglio europeo del 28-29 giugno che ha sancito, fra l’altro, l’affidamento alla sola Guardia Costiera libica delle operazioni di salvataggio dei profughi che partono dalla Libia aggiungendo l’obbligo per le navi europee di non ostacolare l’azione dei libici, una imbarcazione è affondata provocando almeno un centinaio di vittime.

Quegli esseri umani avrebbero potuto essere salvati se alla nave della ONG spagnola Open Arms le autorità maltesi non avessero rifiutato il carburante, costringendola a restare in porto, in ossequio alla linea – adottata dai governi italiano e maltese – di rifiuto di avallare operazioni di soccorso da parte di mezzi che non siano quelli inviati dalla Libia.

In Italia questa linea è stata sostenuta con forza dal ministro dell’Interno Matteo Salvini e poi dal ministro delle infrastrutture Toninelli, che si sono spinti addirittura a sostenere che le navi italiane dovrebbero non rispondere neppure agli SOS delle imbarcazioni in difficoltà.

Si tratta di una posizione contro la quale è più che legittimo prevedere il ricorso alla disobbedienza civile.

Fra l’altro, va anche sottolineato il fatto che sulla chiusura dei porti Matteo Salvini a Pontida ha detto il falso perché i porti dipendono dalle capitanerie di porto che, a loro volta, dal punto di vista militare dipendono funzionalmente dal Ministero della Difesa e operativamente dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ai quali risponde la Guardia Costiera.

Le ripetute incursioni del Ministro degli Interni nella politica migratoria sollevano questioni essenziali non solo politiche e morali ma di diritto interno, europeo e internazionale.

Le tre dimensioni sono strettamente collegate e non possono essere esaminate separatamente.

L’azione internazionale sulla ricerca e il salvataggio marittimo è regolata dalla Convenzione firmata ad Amburgo il 27 aprile 1979 ed entrata in vigore il 22 giugno 1985 sulla base di un accordo elaborato dall’Organizzazione Marittima Internazionale volto a tutelare la navigazione con esplicito riferimento al soccorso marittimo e che resta a tutt’oggi la pietra miliare dei salvataggi in mare per la Guardia Costiera che è tenuta ad osservarla e per i governi nazionali che sono tenuti a farla osservare.

L’Italia ha dato applicazione alla Convenzione, dopo averla ratificata, con il Decreto Interministeriale dell’8 giugno 1989 con un’organizzazione territoriale al cui centro agisce il Comando Generale diretto attualmente dall’Ammiraglio Pettorino con funzioni di Centro Nazionale di Soccorso in Mare (IMRCC) che opera attraverso il numero 1530. Il suo braccio operativo è rappresentato dalla Guardia Costiera che è l’organo competente per l’esercizio delle funzioni di ricerca e salvataggio in mare con criteri conformi al diritto internazionale. L’IMRCC oltre ad intervenire in caso di soccorso di mezzi e cittadini italiani è incaricato del soccorso a mezzi e persone straniere.

Un naufrago non è, secondo il diritto internazionale, un richiedente asilo o un immigrato illegale o – come si dice con una parola che ha assunto un suono dispregiativo – un “clandestino” (i“clandestini” erano coloro che durante la Resistenza svolgevano attività antifasciste) ma una persona che deve essere soccorsa, salvata dal rischio di annegamento e curata. Nel momento in cui un naufrago entra nel territorio dell’Unione gli si applicano i diritti previsti dalla Carta dei Diritti Fondamentali che proteggono tutte le persone che stanno sul territorio europeo con alcune eccezioni limitate a diritti civili e politici.

La Guardia Costiera è composta in Italia da 12000 fra ufficiali e sottoufficiali appartenenti a un corpo autonomo che dipende in primis (formazione, addestramento, aggiornamento, avanzamento delle carriere, corresponsione economica) dal Ministro della Difesa, poiché si tratta di un corpo della Marina Militare. Dal punto di vista funzionale essa dipende invece dal Ministro delle infrastrutture e dei Trasporti che si avvale delle articolazioni centrali (Comando Centrale di Roma) e periferiche (Capitanerie di Porto) per la gestione tecnica e amministrativa di tutti gli aspetti correlati al comparto marittimo sia terrestre sia tecnico-nautico. Il Corpo si interfaccia inoltre con altri ministeri come l’Ambiente, le Politiche Agricole, i Beni Culturali e con gli Interni ma solo per quanto riguarda la sicurezza degli ambiti portuali.

Il Corpo è coordinato dal Comandante Generale che può provenire dalla Marina Militare o dallo stesso Corpo delle Capitanerie di Porto come l’attuale Ammiraglio Pettorino. È evidente che il Comandante Generale è tenuto ad agire nel rispetto della Convenzione di Amburgo, i cui princìpi e le cui regole operative prevalgono sulle leggi e sulle regole operative italiane. Egli deve agire anche nel rispetto la Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea perché, altrimenti, potrebbe essere denunciato per omissione o rifiuto d’atti d’ufficio.

In tutti questi anni e agendo nel rispetto della Convenzione di Amburgo e della Carta dei Diritti dell’Uomo, la Guardia Costiera Italiana ha salvato decine di migliaia di uomini, donne e bambini. Per questa ragione pensiamo che essa dovrebbe essere candidata al Premio Nobel della Pace.

Il Comandante Generale risponde dei suoi atti al Ministro della Difesa e al Ministro per le Infrastrutture e i trasporti (nel caso del governo italiano a Trenta Toninelli) o dal Presidente del Consiglio con il placet di questi due ministri e non è tenuto a obbedire agli ordini del Ministro degli Interni che, se rivolti alla Guardia Costiera, si configurano come una violazione dell’atto normativo con cui il Presidente del Consiglio ha attribuito le deleghe ai membri del suo governo.

La disobbedienza agli ordini del Ministro degli Interni si configura come una forma tutta speciale di Civil Disobedience perché non si tratta solo di ribellarsi ad una legge ingiusta ma di ignorare un ordine tre volte illegittimo: esso contravviene alla Convenzione di Amburgo e alla Carta dei Diritti Fondamentali e alle deleghe assegnate dal presidente del Consiglio ai diversi ministeri.

Vale la pena di ricordare qui il saggio di Don Milani “L’obbedienza non è più una virtù” del 1965. Lo stesso modello di Civil Disobedience si applica a tutti coloro che agiscono in mare con funzioni di ricerca e di salvataggio: medici e infermieri, organizzazioni non governative, navi mercantili…. che dovrebbero ispirarsi all’insegnamento del radicale americano Howard Zin nella sua raccolta di saggi Disobbedienza e Democrazia la cui teoria era “è giusto disobbedire ad atti ingiusti”.


 


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