L’eredità del Partito Comunista Italiano

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Fonte: NuovAtlantide – 27 Marzo 2017, articolo di Vincenzo Musacchio


Dove è finita l’eredità del partito comunista italiano? E’ affondata sui diritti fondamentali dei lavoratori, sulla democrazia pluralistica, sullo Stato sociale, sulle libertà civili. Il mondo è cambiato, ma agli eredi di Enrico Berlinguer sono probabilmente mancati gli strumenti per comprendere adeguatamente il cambiamento.

I disoccupati, i giovani, i precari, i lavoratori sfruttabili e sfruttati, non sono affatto spariti, semplicemente hanno solo cambiato l’habitus. Hanno smesso di discutere, di lottare, di frequentarsi e di confrontarsi. Non hanno avuto più sindacati realmente rappresentativi. Non hanno avuto più tutele adeguate. Non hanno avuto più lavoro.

L’ideologia capitalistica e liberista ha annientato le comunità lavorative, ha emarginato i singoli o i piccoli gruppi, per favorire la brama di prodotti e di denaro delle multinazionali, sfruttando (in alcuni casi creando ad hoc) le crisi economiche per spuntare condizioni di lavoro proibitive e togliere tutele ai lavoratori.

Analizzando cosa hanno votato i precari, gli esodati, i lavoratori del terzo settore, i ricercatori, il nuovo proletariato del lavoro a chiamata e i braccianti agricoli, si comprende come la sinistra non li rappresenti più al punto tale da averli spinti a votare Lega e Casapound.

I post comunisti si sono rivolti a un elettorato di classe medio alta, mediamente agiata, tralasciando il resto dei lavoratori ed il cd. sottoproletariato urbano. Le battaglie per gli aumenti salariali, la lotta al precariato e alla disoccupazione, il tentativo di contenere la grande speculazione finanziaria, ormai non appartengono più all’ideologia di sinistra. 

Il tema dell’accoglienza fine a se stessa non è servito a nulla dal momento che è mancato un piano per evitare che i migranti finissero sfruttati nei campi o abbandonati a loro stessi nelle piazze, con la prospettiva di passare il resto della loro esistenza vivendo della nostra pietà o peggio del loro delinquere. 

Chi si professa di sinistra, oltre ai ragazzi stranieri che arrivano, dovrebbe pensare anche ai nostri giovani che se ne vanno. Il recente voto italiano dimostra come l’unica sinistra credibile fosse quella dei diritti sociali e della questione morale. Un dibattito su quest’ultimo argomento fu sperimentato da Enrico Berlinguer quando dirigeva il Partito comunista italiano. Oggi di quel tema non vi è più traccia.

Dietro le nuove scelte politiche non c’è mai stata una precisa scelta morale coerente con i propri ideali. Berlinguer sosteneva convintamente che chi fosse ai vertici di una società dovesse rispettare la legge e dare l’esempio affinché la stessa potesse essere rispettata anche dalla base. Sandro Pertini lo rimarcava nel suo appello ai giovani: “I giovani non hanno bisogno di sermoni, ma di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo.”

E per difendere la libertà e la democrazia “occorrono due qualità a mio avviso, cari amici: l’onestà e il coraggio.” Dunque per chiedere rigore morale e onestà agli altri, a cominciare dai propri rappresentanti, occorre dare l’esempio anzitutto a se stessi: “fare il proprio dovere” è il più efficace vaccino che ogni giorno occorre iniettare nella società civile.

L’indifferenza, il menefreghismo, l’ignoranza, l’esalazione del principio di responsabilità sociale, la convinzione che il rispetto delle regole sia una cosa da “sciocchi” soffoca le libertà, il merito e la democrazia. Perché la “nuova” sinistra non affronta il problema del merito? Il merito è davvero nemico della giustizia sociale? Io direi di no!

Se il merito presuppone un criterio oggettivo di misurazione e un’aderenza ferrea alle regole, eguaglianza e merito non sono concetti contraddittori, ma possono convivere tra loro in un’ideologia di sinistra: tutti con le stesse possibilità. Non basta però promettere l’uguaglianza delle opportunità se poi a essa non segue il merito.

I temi da affrontare sono tanti e non analizzabili in un breve articolo come questo, tuttavia di una cosa sono certo: la sinistra per risorgere non deve fare altro che tornare alle origini adattando ai nostri giorni i suoi valori e i suoi ideali.

Il PD è fallito perché è finito nelle mani dei vecchi democristiani che ovviamente hanno portato con loro le proprie idee raramente compatibili con quelle di una sinistra che si rivolge ai più deboli e che tutela i diritti dei lavoratori.


 


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