Contributo per un programma di Sinistra sui Beni culturali

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Fonte: L’Argine – 3 Gennaio 2018, articolo di Massimo Misiti


La definizione di linee programmatiche sulla cultura da parte della Sinistra non può essere considerata marginale. Alcuni riferimenti erano già contenuti nel documento sottoscritto dalle forze che hanno dato vita alla lista unitaria Liberi e Uguali. Queste poche note vogliono essere un contributo alla definizione di obiettivi programmatici su questo tema.

La cultura investe inevitabilmente molteplici aspetti del nostro vivere sociale, dalla scuola alla ricerca, passando per la formazione permanente, la creazione di valore etico e nazionale, la consapevolezza di appartenere ad un insieme umano che si relaziona mediante l’interesse per la musica, la lettura, l’arte e le tante altre manifestazioni della creatività. La cultura è anche memoria storica di cui oggi abbiamo tanto bisogno.

La cultura è impresa e attività economica in senso lato e contribuisce in proprio o mediante effetti sinergici alla crescita della ricchezza economica del paese. Le imprese culturali in Italia sono oltre 100 mila e rappresentano oltre il 6,4% del settore dei servizi, dato quest’ultimo coerente con la media europea. Il numero di occupati è di circa 602 mila unità, corrispondente al 2,7% del totale degli impieghi (fonte Eurostat). Più difficile stimare il contributo diretto e indiretto al PIL nazionale anche se alcuni studi (Symbola) si sono sbilanciati fino ad affermare che questo contributo si avvicina al 10%.

Parlando di cultura risulta indispensabile tenere presenti questi elementi perchè essi si condizionano reciprocamente e proposte che ne tengano conto possono sortire notevoli effetti benefici sia sul piano sociale che economico.

A titolo di esempio, alcuni anni fa il progetto Industria 2015 dell’allora ministro Bersani prevedeva investimenti per un miliardo di euro a sostegno delle imprese che lavoravano a sostegno delle attività culturali italiane prevedendo forme di collaborazione nei progetti tra grandi e piccole e medie imprese. Oggi industria 4.0 non dedica una specifica attenzione a questo ambito. Eppure si potrebbero creare veri e propri “digital twins” dei siti archeologici e dei monumenti storici in modo da migliorare la loro tutela, il monitoraggio e la salvaguardia, proprio mediante tecnologie Internet.

Nello stesso tempo sarebbe opportuno aumentare le risorse per la digitalizzazione del patrimonio di biblioteche e archivi, modo da garantire la conservazione e promuoverne la fruizione. Rispetto ad altri paesi europei, Francia e Inghilterra in primis, la digitalizzazione di carte d’archivio, la creazione di una biblioteca digitale nazionale, in Italia si stenta a decollare limitandosi ad interventi scollegati e non coerenti. In termini di occupazione, soprattutto giovanile, queste attività rivestirebbero un ruolo significativo. Si tratterebbe peraltro di buona e qualificata occupazione. Mettere in rete i servizi culturali può anche migliorare le performance del turismo culturale uno dei settori più forti del turismo, sempre avendo un occhio sulla tutela e conservazione. Sarebbe indispensabile mettere in rete i tanti progetti già realizzati, smettendo di sognare improbabili portali nazionali creati dal nulla.

Parlare di cultura significa considerare i molteplici settori dei quali si compone. Prendendo a riferimento il rapporto Symbola 2016 possiamo considerare 5 macro-settori (il criterio di classificazione è in larga parte coerente con quello seguito a livello europeo): 1. industrie creative (architettura, comunicazione e design); 2. industrie culturali propriamente dette (cinema, editoria, videogiochi, musica, software e stampa); 3. patrimonio storico-artistico (musei, archivi, biblioteche, monumenti, siti archeologici); 4. performing arts e arti visive.

Il mio contributo si indirizza al 3° ambito (patrimonio storico-artistico), sollecitando altri a successivi approfondimenti sugli altri ambiti.

ARCHIVI DI STATO – Gli Archivi di Stato sono 101 con 33 sezioni (dati 2015) e conservano oltre 13 milioni di documenti. Complessivamente gli archivi hanno avuto oltre 260 mila presenze che hanno portato a 125 mila ricerche (dati 2013). Il loro funzionamento nel periodo 2010-2015 mette in evidenza forti criticità. E’ diminuito il numero delle presenze e il numero delle ricerche di circa il 10%. Le spese di gestione sono passate da circa 29 milioni di euro ai quasi 11 milioni del 2015. Il personale è passato da 2801 unità a 2506, che significa mediamente 18 unità di personale per struttura. Gli archivi vivono una situazione di grandissima difficoltà: il blocco del turnover nella PA ha ridotto il personale al lumicino. Molti archivi hanno diminuito conseguentemente i servizi al pubblico (orari di apertura, consultabilità dei materiali).

La mancanza di personale specialistico rende più difficile sviluppare nuovi percorsi per i ricercatori. I tagli ai finanziamenti riducono le possibilità di restauro e soprattutto le attività di digitalizzazione che impediscono ai nostri archivi di sostenere in modo adeguato la ricerca nazionale e internazionale. Alcuni passi avanti si sono fatti per sostenere il lavoro degli utenti (possibilità di riprodurre il materiale), ma questi effetti si sono perduti nelle difficoltà di accesso ai documenti conseguenti alla riduzione del personale.

E’ indispensabile sostenere gli archivi mediante adeguati stanziamenti e un’ immissione di personale nuovo, sia a livello di singoli archivi che di soprintendenze archivistiche. Risorse servono per proseguire il lavoro di digitalizzazione, la valorizzazione del SIUSA (Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche). E’ indispensabile far crescere le risorse economiche per sostenere gli archivi come pure affrontare una ricognizione in cui versano gli archivi delle Istituzioni culturali non statali e anche delle Imprese, attività che rende fondamentale il ruolo e i conseguente rafforzamento delle Soprintendenze Archivistiche.

BIBLIOTECHE – Il totale delle Biblioteche in Italia è di 13.457, delle quali oltre la metà di enti territoriali, circa 1400 di soggetti statali, e poco più di 1900 biblioteche universitarie. La maggiore concentrazione media di biblioteche si ha nelle regioni centrali, la più bassa al sud. Le biblioteche statali impiegano in tutto 1902 unità di personale di cui 428 bibliotecari.

La spesa complessiva per le biblioteche statali assomma a meno di 20 milioni di euro. Il patrimonio documentario corrisponde a circa 40 milioni di documenti. Le 46 Biblioteche Pubbliche Statali conservano e raccolgono la produzione editoriale italiana a livello nazionale e locale. Le due biblioteche incaricate di rappresentare il patrimonio bibliografico italiano, di tutelare, conservare e gestire la produzione editoriale italiana, sono la Biblioteca nazionale Centrale di Roma e quella di Firenze, che versano in gravissime condizioni nonostante l’impegno del personale. Il SBN (Sistema bibliotecario nazionale) non cresce in maniera adeguata.

Anche per le biblioteche si possono individuare quattro emergenze sulle quali intervenire:

  • potenziamento delle risorse finanziarie;
  • incremento delle unità di personale;
  • sviluppo di campagne di digitalizzazione e creazione di una biblioteca digitale italiana per valorizzare il patrimonio nazionale di manoscritti e edizioni rare (qualche tentativo interessante è stato fatto con Google);
  • valorizzazione delle reti e dei sistemi bibliotecari territoriali.

Le condizioni degli archivi e delle biblioteche mettono la ricerca italiana in condizioni di grandissima difficoltà, come sanno bene i nostri professori e i nostri studenti e ricercatori. Sembra quasi che prevalga, con l’avvento di Internet, l’idea che non serva mantenere la memoria storica mediante la documentazione cartacea archivistica e libraria.

MUSEI – Il patrimonio museale italiano vanta 4.976 musei e istituti similari, pubblici e privati, aperti al pubblico nel 2015. Di questi, 4.158 sono musei, gallerie o collezioni, 282 aree e parchi archeologici e 536 monumenti e complessi monumentali (ISTAT, 2016) I musei, circuiti museali e aree archeologiche statali sono 453 (2016), di cui 247 a pagamento e 206 gratuiti.

Sempre l’Istat ci dice che nel 2015, i musei e le altre strutture espositive a carattere museale hanno registrato la cifra record di 110,6 milioni di ingressi, ma anche che i visitatori tendono a concentrarsi su un numero limitato di destinazioni; tre sole regioni assorbono, infatti, il 52,1% dei visitatori: il Lazio (22,3%), la Toscana (20,6%), la Campania (9,2%), ma che, soprattutto, i primi 20 musei e istituti similari hanno attratto nel 2015 quasi un terzo dei visitatori (31,9%) mentre il 36,5% ha registrato non più di mille visitatori all’anno. Inoltre il 67% degli italiani dichiara di non avere visitato um museo negli ultimi 12 mesi.

Se esaminiamo l’andamento dei visitatori tra il 2012 e il 2016 vediamo come quelli che il Ministero classifica come TOP 30 hanno un numero di visitatori che cresce molto di più dell’insieme degli altri musei. Gli interventi di questi anni hanno avuto sicuramente effetto sulla crescita dei visitatori. Ma nei musei non top 30, dopo un forte slancio nel primo biennio la crescita si è stabilizzata. Una crescita legata probabilmente alla gratuità nella prima domenica del mese.

 

I visitatori dei musei top 30 sono oltre la metà degli altri e crescono quasi il doppio degli altri. Le entrate rendono ancora più chiara la situazione: I top 30 incassano (lordo) euro 154.633.520 su 173.440.743 totali. Gli altri musei incassano (lordi) euro 18.807.222.

Se si pensa che il bonus cultura ha un costo di quasi 300 milioni si può comprendere come sostenere la gratuità dei musei non top 30 sia una ipotesi più che accettabile. Tanto più che in alcuni casi la gestione di un servizio di biglietteria erode in modo significativo gli incassi. Lavorare alla costruzione di reti di musei sul territorio, integrando musei statali non top 30 e di enti locali, pur nella rispettiva autonomia, è l’altra strada da perseguire. Serve dunque una autonomia dei singoli musei statali che devono essere sostenuti con adeguati finanziamenti pubblici.

IL PERSONALE – Il tema del personale è l’altra grande questione dei beni museali. Si tratta di tipologie diverse di lavoratori sia per rapporto di dipendenza che per professionalità. Per i musei il punto di riferiento non può che essere la Carta nazionale delle professioni museali definita dalla II Conferenza Nazionale dei Musei ed entrata a pieno titolo negli Standard Museali.

La presenza di un direttore di museo, di personale addetto alla tutela e alla custodia delle opere d’arte è essenziale. Un direttore che può anche essere unico in presenza di una rete. Serve una immissione massiccia di giovani, in settore con un alto tasso di invecchiamento, e serve subito per accompagnare nell’inserimento queste forze giovani.

Ma serve anche garantire percorsi formativi volti all’aggiornamento, soprattutto rispetto all’uso delle tecnologie informatiche. Si deve mantenere il principio che i beni museali devono avere a capo personale scientificamente preparato: storici dell’arte, archeologi, laureati in scienze.

Ma va incentivata la collaborazione di questi capi istituto con nuovo figure professionali, esperti in didattica e markeing aziendale, avendo però chiaro che il museo in quanto tale è solo in parte una azienda. In questo senso il direttore scientifico dovrebbe essere un primus inter pares.

Nel corso degli anni si è progressivamente modificato lo spirito della legge Ronchey. La legge si preoccupava di favorire il lavoro volontario e di monetizzare alcune produzioni del museo (foto, pubblicazioni etc.).

La filosofia della esternalizzazione dei servizi ha determinato la nascita di imprese commerciali che, con gare di appalto indette dalla PA, si aggiudicano guardiania, bigliettazione, accoglienza, gestione dei bookshop e altri servizi. Un modello che è stato sottoposto anche a critiche e giudizi severi, ma che ha elementi positivi a condizione di leggerlo nella sua complessità e a patto di mantenere ferma (e forte) la funzione di tutela in capo allo Stato mediante personale indipendente e professionalizzato.

Va ridato valore alle direzioni dei musei, ai funzionari, ai soprintendenti. Anche il personale addetto ai servizi diversi nei musei va potenziato in quelle strutture che, poiché gratuite, non possono avvalersi di gare per i servizi aggiuntivi non essendo “convenienti” per il soggetto privato.

Ma il tema delle esternalizzazioni deve spingersi ad una riflessione sui diritti dei lavoratori delle imprese appaltatrici. Proprio la natura delle gare impone di garantire sicurezza e certezza del lavoro mediante apposite normative di tutela di questo personale (chiarendo il meccanismo delle clausole di salvaguardia). La gestione culturale del museo e degli eventi non può che restare in mano allo Stato e ai funzionari del Ministero, lasciando solo i servizi alle imprese appaltatrici.

ATTIVITA’ FORMATIVA ED EDUCATIVA – Ultimo tema sul quale riflettere è la necessità che una valorizzazione del patrImonio culturale si accompagni ad una attività formativa ed educativa nell’intero corpo della società.

La tabella che segue mostra come sia alto il numero di persone che non visita almeno un museo in un anno. Il dato per l’età 11-14 è il più alto ed è probabilmente conseguenza delle visite scolastiche. Ma se accettiamo questa ipotesi dobbiamo rilevare che c’è un’altra parte di ragazzi che non vede i musei nemmeno in occasione delle visite didattiche.

 

E’ un dato che si estende a tutti i settori culturali come mostra la tabella che segue: l’88,2% non assiste a concerti di musica classica, il 78,7% non frequenta teatri e il 56,5% non legge libri e solo 1 italiano su due legge quotidiani. Perfino per quanto riguarda Internet siamo agli ultimi posti per un uso culturale.

Se davvero vogliamo che i musei siano partecipati dobbiamo avere presente questo aspetto: la cultura è l’insieme delle attività volte alla formazione. Non servono bonus, ma politiche serie per l scuola, gratuità dei musei (almeno dei non top 30 si può fare da subito), sostegno alla lettura (che non è sostegno indiscriminato ad un’editoria che sforna 170 libri al giorno) – va apprezzato l’intervento fiscale a favore delle piccole librerie, ma si potrebbe pensare anche a meccanismi di detrazione fiscale per l’acquisto di libri non scolastici individuando fasce di reddito e importa massimo della cifra detraibile.

Alcune significative iniziative promozionali sono state prese nel corso di questi anni da teatri e fondazioni liriche. Qualcosa si è mosso nel settore cinema dove sarebbe opportuno riflettere sulle molte, troppe Film Commission e sulla ipotesi di crearne di interregionali, oltre che sulle modalità di erogazione di contributi alle produzioni cinematografiche.


 


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